Leggende e curiosità

I Ragalnesi, per loro natura, hanno un comportamento con­templativo e riflessivo. Di solito parlano poco, quel poco che possa bastare per una vita normale, schiva da chiacchiere e chiac­chierate.
Nei Ragalnesi è spiccato il senso pratico della vita con un attivo ed indefesso lavoro che non lascia spazi a scherzi o giochi di fantasia, ben coltivati altrove. Quindi è quasi spontanea la re­pulsione per la favolistica e le leggende sono poche, semplici, espresse con poche parole e con un sorriso scettico.

 

Lo Zio Santo del bosco

A Paternò, più che a Ragalna, si racconta da parte di una del­le famiglie Pappalardo, che abitano nei quartieri della Parrocchia Cristo Re, una leggenda di famiglia.
Un antenato, di nome Santo (quindi si può supporre di co­gnome Pappalardo e di origine ragalnese), faceva il guardiano nel bosco di Paternò con spirito di attaccamento al suo dovere, in epoca imprecisata, e, comunque, nel Settecento. Uomo prestan­te e corpulento, aveva la doppia veste di buono con i buoni e vio­lento con i cattivi. Avvenne una volta che il guardiano, fra tutti conosciuto col nome di « 'U zù Santu d'ò voscu », trovasse un si­gnorotto paternese, che, forte della sua posizione sociale, co­gliesse i frutti oltre che nel suo podere anche nei poderi vicini. Lo zio Santo usò dapprima le buone maniere, per convincere il signorotto a rispettare i confini. Ma, non riuscendovi, fu costret­to ad usare la maniera forte, mandando all'ospedale il signo­rotto. Quest'ultimo non mancò di vendicarsi ricorrendo ai giu­dici, i quali condannarono lo zio Santo ad una pena detentiva, anche perché contumace. Ma questo era avvenuto proprio perché nessuno dei messi notificatori aveva avuto il coraggio di conse­gnargli la citazione in tribunale.
Gli stessi messi, dopo, a maggior ragione, non ebbero il co­raggio di notificargli la sentenza, anche se questa andava eseguita. Si escogito uno stratagemma       . Fu detto allo zio Santo che era necessario il suo aiuto, per sedare una rivolta nel carcere di Paternò, cioè nel castello di Paternò, adibito per un lungo periodo proprio a carcere. La bontà dello zio Santo non lo fece tirare indietro ed egli accettò di buon grado. Ma grande fu la sua delu­sione quando, varcata la soglia del carcere, vide che alle sue spalle venivano chiusi i cancelli, e sentì pronunciare la sentenza di carcerazione nei suoi confronti. Riprese respiro e, sfruttando la sua forza, malmenò i carcerieri e mandò in frantumi quanto gli capitava sottomano. Non pago di questo, volle fare giustizia da se facendo scappare i carcerati, i quali si calavano dalla gran­de bifora di levante con corde ricavate da lenzuola.       Dall'alto vide però che il suo sforzo veniva vanificato, in quanto un manipolo di guardie acciuffavano gli evasi, per poi ri­portarli in carcere.                                                 Si rese conto che era necessaria la sua presenza all'esterno del castello con una certa urgenza, per bastonare le guardie. Per accelerare i tempi, novello Icaro e pioniere del paracadutismo, si legò un lenzuolo ai polsi e alle caviglie, per spiccare il volo. Così il suo atterraggio fu in qualche modo morbido, però, nel punto, ove venne a cadere, c'era una vegetazione di canne tagliate di fresco, che si rivelarono pericolose lance. Una di queste gli si con­ficcò in una gamba, per cui non ebbe più la forza di alzarsi da solo. Fu così catturato e ricondotto in prigione, ove, rifiutando le cure, morì presto, perché la gamba gli era andata in cancrena. Una morte ingloriosa e ingiusta, quindi, per un uomo di corag­gio e di puri sentimenti.

 

Il gatto antropomorfo

Il “Palmentaccio”, senza dubbio, contrassegna la località, che più si presta alle leggende. Proprio dove questo è ubicato, una volta, si racconta che un carrettiere, prima che spuntasse l'alba, abbia visto un grosso gatto su di un muro, che lo guardava in forma di sfida. Il carrettiere, per un naturale istinto di difesa dell'uomo, usò la sua frusta contro il gatto, che, nel contempo, gli si parava davanti minaccioso.
I1 gatto, ricevuta la frustata, sarebbe montato su un muro più alto in atteggiamento più minaccioso e trasformando il suo volto di gatto in quello di uomo, brutto e mostruoso, che tanta paura infuse al carrettiere. Nello stesso tempo, però, il gatto antropomorfo, ricevuta una seconda frustata, scomparve ri­dando fiato al tramortito carrettiere.

 

La visione delle tre cisterne

I1 ragalnese Santo Scuderi, oggi scomparso, raccontava quanto gli capitò una sera, negli anni Trenta.
Egli ed un suo compagno, Salvatore Carone « della Rocca », ritornavano dal lavoro quando era già buio, percorrendo in salita la Via Canfarella. Quasi alla metà di questa strada, ad un tratto, ai due apparvero tre grandi cisterne, senza "collo", che ingom­bravano quasi interamente la carreggiata. Quella insolita appa­rizione impaurì a tal punto i due, che questi si misero a correre sfiorando i muri della strada, per arrivare in un baleno al Piano Rocca.
I due, col fiato grosso, raccontarono a parenti ed amici quan­to avevano visto con loro grande stupore.
Seppero poi da qualcuno la leggenda, secondo la quale in quel luogo sarebbero sotterrati tre tesori. Quindi ai due fu rim­proverata una certa dabbenaggine, perché, se avessero avuto un poco di coraggio, avrebbero potuto, con quelle ricchezze, cam­biare la loro modesta condizione economica.

 

Santu di curruni

Nella masseria, che dà il nome alla contrada Currone, abi­tava, in epoca non lontana, un certo Santo Sotera, detto, appunto per la località, «Santu di Curruni». Egli aveva moglie ed una figlia e conduceva una vita serena e felice ' pago dei frutti del suo duro lavoro. Ma la sorte volle, ad un certo punto della sua vita, riempire quella casa di tristezza e di dolore sconfinato per cau­se misteriose. Di colpo, infatti, gli morì la moglie, restando egli e la figlia attanagliati da misteriore persecuzioni. A lungo andare, in quella casa tutto andò allo sfascio e, con una certa frequenza, dopo una notte infernale, alla mattina si constatava che qualche mobile era andato in frantumi. Il fatto più misterioso avvenne una mattina, quanto Santo di Currone fu trovato morto con tut­te le suppellettili della casa andate distrutte e messe a soqquadro come se in quella casa ci fosse stata una furibonda lotta. Intatta fu trovata solamente una giara piena di olio, sulla quale era stata collocata una tazzina con acqua benedetta. Della figlia, per umana pietà, non si disse o si raccontò più nulla, anche perché, con spirito di umana e cristiana solidarietà, lei trovò ospitalità presso parenti sensibili.
Si disse ancora che questa ragazza possedesse doti divina­torie, poiché più volte le sue profezie si erano verificate e con una certa puntualità.

 

A Catanisa

Un vecchiu cuntava ca, quann'era picciriddu, n'autru vecchi  ci cuntava...
C'era 'na vota un picciottu beddu, ma affruntulinu assai, ca si sinteva scunfurtatu e sulu. Nun era capaci di parrari cu 'na fimmina, pirchì addivin­tava russu come 'na paparina.
Allura, 'nfilici e dispiratu, si vosi arritirari 'ntra 'na 'rutta di Rahanna, pri stari luntanu di li genti.
Sa' matri, ca lu vulia beni chiù assai di l'occhi soi, lu capiu e nun lu lassau d'occhiu. Ogni ghiornu ci purtava la spisa, lu vínuzzu, lu bummuliddu cu l'acqua frisca, la bona parola e lu bonu cunsigghiu.
Un ghiornu 'dda matri afflitta truvau lu figghiu so' cun­tentu, allegru e filici. Si nni priau assai e cuminciau a ringraziari a lu Signuri.
« Viditi, matri - lu giuvini ci dissi - stannu ca intra truvai lu sensu di la mia esistenza. 'Sta notti mi cumpariu 'na bedda picciotta catanisa ca mi dissi d'aviri fiducia 'nta 'stu munnu, pirchì cu nun è lariu, cu nun è lagnusu, si forma 'na famigghia dicurusa. Mi dissi ancora di cuntari a vui quantu iu vogghiu beni a Pippinedda, la nostra bedda vicina di casa ».
La matri ciancìu lacrimi di gioia, pigghiau pi lu vrazzu a lu figghiuzzu e lu purtau 'nni Pippinedda, unni ci fu fistinu e sempri festa.