Arte

La vita di questo paesino etneo, si muove attorno alle due chiese parrocchiali di Maria S.S. del Carmelo e di S. Barbara.


La prima, dedicata alla S.S. Madonna del Carmelo, patrona di Ragalna, è datata intorno al 1868, epoca in cui avvenne la donazione dell’altare maggiore da parte del devoto avvocato Antonio Battaglia.
In stile ottocentesco, l’edificio ha pianta rettangolare a navata unica coperta da volta a botte. Il prospetto principale è racchiuso tra due grandi paraste che incorniciano il portale d’ingresso, sopra del quale s’impone il gruppo scultoreo della Madonna del Carmelo, ai quali piedi è posta l’iscrizione DECOR CARMELI e la data MCMXXXIV. La scalinata e le decorazioni sono in pietra lavica. Ad oriente della facciata s’innalza il campanile a pianta quadrata, con monofore arcuate a tutto sesto, che culmina in una cuspide poligonale impreziosita da guglie d’ispirazione goticheggiante. Alla base, in memoria dei caduti dei conflitti mondiali, sono state aggiunte tre lapidi di marmo. Una delle campane appartiene all’antica chiesa di Pastanella, della quale ormai rimangono solo le rovine.
All’interno, quattro altari in marmi policromi custodiscono, a destra, le immagini di San Giuseppe e di Sant’Antonio Abate e a sinistra la Madonna di Lurdes e un Crocefisso. L’altare maggiore, racchiuso all’interno dell’abside, è intarsiato in marmi policromi e decorato con motivi stile barocco e riporta oltre alla data della donazione, la dedica del devoto avvocato Battaglia che lo fece costruire.
Una grande tela descrive il miracolo della Madonna del Carmelo che appare a Simone Stock. Sempre all’interno è custodito il fercolo in legno d’abete che serve per trasportare l’immagine sacra della Madonna.
Tra le altre rappresentazioni religiose, la devozione cittadina per S. Pio da Pietrelcina, ha voluto recentemente collocare all’interno della chiesa la sua scultura bronzea.
L’edificio è stato più volte restaurato.

L’altra chiesa, quella di S. Barbara, situata nell’omonima piazza, venne edificata a partire dagli anni venti, grazie al contributo spontaneo dei fedeli e terminata nel 1965, dopo aver subito un ampliamento e numerosi abbellimenti. Dapprima fu chiamata “chiesa nuova”, per distinguerla da quella più antica della Madonna del Carmelo, in seguito fu dedicata al culto di S. Barbara.
La facciata a capanna è divisa in tre parti: nelle due laterali si aprono due bifore ad arco; nella terza centrale, una serie d’archetti decorano la parte superiore e tra questa e il portone d’ingresso è collocato un rosone elegantemente decorato che porta luce all’interno.
Il campanile s’innalza accanto all’edificio e utilizza alcune campane di un’antica cappelletta.
All’interno, a pianta rettangolare, due file di pilastri delimitano le due, appena accennate, navate laterali. I pilastri adiacenti l’ingresso sorreggono quattro ampie arcate, sotto le prime sono poste, da una parte il confessionale e dall’altra il fonte battesimale e sotto le altre si fronteggiano gli altari minori.  Gli altari di destra sono dedicati a Santa Rita, affiancata dalla statua di Santa Barbara, quelli di sinistra alla SS. Immacolata, fiancheggiata da S. Antonio da Padova. L’altare maggiore è collocato all’interno dell’abside semicircolare dove è posto un Crocifisso.
Nel 2005, la devozione dei parrocchiani ha voluto far costruire il fercolo per il trasporto dell’immagine di S. Barbara.
Altre due chiese, anche se minori, sono quella di S.Giovanni Bosco e quella più antica e ormai sconsacrata della Canfarella.

La chiesa S.Giovanni Bosco è situata in località Rocca, costruita su un terreno donato dai salesiani, arredata e edificata grazie al contributo dei fedeli, al suo ingresso due suggestive file d’eucalipti guidano lo sguardo. Internamente è custodito l’interessante altare in legno scolpito e decorato della Madonna Ausiliatrice e lateralmente due tele raffiguranti S. Giovanni Bosco e S. Domenico Savio.   
La chiesa della Canfarella, probabilmente fu il primo edificio religioso ad essere stato costruito nel piccolo paese etneo. Anticamente dedicata al culto di S.Barbara, ormai sconsacrata, appartiene a privati e risulta inglobata in un complesso rurale, una masseria, che comprendeva, tra l’altro un palmento. Si può ammirare alle pareti ciò che resta degli affreschi.
Le campane sono state riutilizzate in un’altra chiesa.

Entrando a Ragalna da sud, ci s’imbatte nel tempietto di S. Rita che accoglie le tre statue di S. Rita, S. Antonio di Padova e SS. Immacolata.
In Via Eredità si può ammirare un altorilievo in pietra arenaria dedicato a S. Barbara, collocato dai devoti per ricordare il miracolo compiuto in occasione dell’eruzione del 1780. 
Il patrimonio artistico di Ragalna è costituito anche dalle innumerevoli testimonianze etnoantropologiche di cui il territorio è ricco, come i palmenti, i trappeti (frantoi) e le cisterne.
Quasi tutti i fondi coltivati a vigneto erano dotati del palmento ed alcuni anche del trappeto. I palmenti e i trappeti antichi a Ragalna sono molti, alcuni ancora funzionanti, altri in discreto stato di conservazione o lasciati in rovina.

Il trappeto è costituito da una mola (grossa ruota in pietra lavica)che, mediante trasversale di legno spinta da muli, gira attorno ad un montante in legno, su una piattaforma circolare. Le olive vengono depositate in piccoli vani a due-tre piani detti incaminaturi, posti all’interno del trappeto. La lavorazione consiste nel macinare e spremere la pasta nella chianca, pesante trave di legno (di quercia grossissima) utilizzata come una leva. La parte anteriore della trave termina con una biforcazione ed è collegata, tramite un’asta filettata a vite di legno di sorbo ad una grossa pietra quadrangolare, la stessa che viene utilizzata per trasformare l’uva in vino tramite torchiatura.
L’uva viene depositata dentro la cosiddetta pista dove i pistaturi, a piedi nudi o con zoccoli, pigiano i grappoli trasformandoli in mosto che, attraverso i canaletti incavati nella pietra, defluisce nei tini, ovvero grandi vasche situate sotto la pista, ciò che resta viene raccolto e torchiato nella chianca. Il mosto viene quindi immesso nelle botti dove fermenta e diventa un ottimo vino.

La storia delle cisterne ragalnesi è antica e risale al XV secolo, quando la regina Bianca, durante una visita a Ragalna, per evitare che i pochi nuclei famigliari emigrassero verso altri luoghi per la penuria d’acqua, si prodigò a far costruire alcune grandi cisterne, molte ancora in ottimo stato di conservazione, come quella nella piazza principale, sicuramente tra le più antiche e importanti, dotata nel tempo di molti serbatoi di raccolta delle acque piovane. Il suo“collo” oggi, caratterizza la piazza che ha assunto il nome di “Cisterna”. Un’altra è quella nelle vicinanze di Piazza Rocca detta della Regina in ricordo d’Eleonora, vedova del re d’Aragona Federico III che secondo una tradizione la fece costruire, mentre al più la fece restaurare o magari rifare.
All’interno del territorio ragalnese le grotte naturali sono parecchie, tra queste la più bella, grande ed interessante dal punto di vista morfologico dell’intero territorio vulcanico è la grotta Catanese. Posta a nord ovest del paese, in contrada Cavalieri, presenta una struttura basilicale ed è attorniata da un’antichissima foresta di lecci e dai rari arbusti endemici di Celtis tournefortis.
Tra le altre grotte, da ricordare quella della Madonna situata al villaggio S. Francesco, utilizzata durante la seconda guerra mondiale dagli sfollati come rifugio antiaereo. In seguito divenne un’ incantevole chiesa, dove ogni domenica, di buon mattino si riunivano tutti i fedeli della zona. Purtroppo da circa dieci anni è stata chiusa perché dichiarata  inagibile.
Nell’area Sentiero Natura Monte Nero degli Zappini, a 1.783 metri,  si trova la grotta di S. Barbara, caratterizzata dall’ingresso a pozzo con pareti a strapiombo è accessibile in primavera, in assenza di neve. In passato era utilizzata come neviera, ovvero vi si raccoglieva il ghiaccio che poi era trasportato con muli in paese.     
Sparse nel territorio, oltre alle ville di campagna in stile neogotico e liberty immerse nella straordinaria vegetazione spontanea e nei boschi, si possono incontrare le “casudde” che costituiscono insieme ai “pagghiari n’ petra”(tipici ricoveri) la testimonianza dell’antica, umile, cultura rurale del paese. Le prime in pietra lavica “a secco” con tegole in terracotta, le altre costruite senza leganti e utilizzando la pietra lavica anche nel tetto, sono un esempio di gran maestria.

 

In questi antichi edifici era possibile trovare oggetti del tipico artigianato contadino come gli scanni, sgabelli costruiti con la ferula, ed i cesti intrecciati, entrambi molto ricercati perché oggi pochissime persone li realizzano, in genere anziani che lo fanno per trascorrere il tempo. Altri manufatti tipici sono quelli  in ferro battuto ed in legno, tra questi i “cantarani”, in legno massello, in genere con decori intagliati in stile liberty o povero siciliano e gli “scifi” e le “pile”, ambedue in pietra lavica, modellate come recipienti, ed utilizzate rispettivamente, gli uni per dar da mangiare agli animali, le altre  per lavare i panni che venivano strofinati in una scivola ricavata nella stessa.
A poca distanza dal Sentiero Natura del Monte Nero degli Zappini, a quota 1700, si trova il Grande Albergo dell’Etna, oggi proprietà del parco dell’Etna, per il quale si prospetta un restauro che lo farà diventare uno dei punti di riferimento più importanti dell’intero comprensorio etneo.
Il Sentiero Natura Monte Nero degli Zappini ha una lunghezza complessiva di 5 km, ed ha inizio nel Piano Vetore e si snoda lungo una pista sterrata che arriva fino alle colate laviche.  Durante il tragitto, ci s’imbatte nella “pietracannone”, un ammasso di lava che in origine avvolse un grosso tronco d’albero che si è polverizzato e ha lasciato quindi un vuoto all’interno. Al terzo km, s’incontra il giardino botanico Nuova Gussonea realizzato dall’Istituto di Botanica dell’Università di Catania. Esso ha un’estensione di circa dieci ettari ed è stato istituito oltre dieci anni fa; inoltre, ospita al suo interno specie e comunità vegetali tra le più interessanti del territorio etneo.      
A quota 1725 metri in località Serra la Nave sorge l’Osservatorio Astrofisico dell’Etna. Inaugurato nel 1966 è una delle strutture scientifiche più importanti ed attrezzate d’Italia, inserito in importanti progetti internazionali di ricerca, è specializzato in fisica delle stelle e comprende anche, tra i suoi locali, laboratori di ricerca e foresteria.
Nella stessa località si trova la chiesetta Madonna delle Nevi, interamente realizzata in legno, nel tipico stile degli chalet di montagna, con il tetto a spioventi ed un’ampia vetrata.